Una piacevole abitudine, una consuetudine così radicata da essere diventata quasi un rito, bere un caffè è un piccolo evento che aggrega e aiuta la socializzazione in ufficio o in casa con gli amici. Ormai se ne può bere di tutti i tipi, le variabili sono infinite: dall’espresso, anche un po’ ristretto, all’americano in tazza grande, dall’amato e “italianissimo” cappuccino, al tanto familiare caffèlatte, per approdare, infine, al decaffeinato e ai sapori più sofisticati e delicati, oggi in gran voga. Andare a scoprirne le origini e seguirne la diffusione, diventata nel corso dei secoli così imponente, è molto divertente. Anche se vari studi scientifici hanno rivelato che la pianta di Coffea già esisteva in un periodo più o meno prossimo a quello della nascita dell’Uomo Sapiens, il suo utilizzo come bevanda ha radici più recenti. I riferimenti letterari, anche se un po’ vaghi e leggendari a riguardo, sono i più vari. Omero, tanto per fare un esempio, nel quarto canto dell’Odissea descrive gli effetti miracolosi del “Nepente che impedisce il pianto” dove per “nepente” gli antichi greci intendevano una bevanda, il caffè appunto, che leniva i dolori e aveva un effetto sedativo. Molti secoli dopo, intorno all’anno 1000, il medico arabo Avicenna ne parla da buon conoscitore e lo cita spesso come buon medicamento. Ma la leggenda più nota e affascinante sulle origini della bevanda è quella del pastore Kaldi che portando a pascolare il gregge sugli altipiani etiopi notò che alcune pecore, dopo aver mangiato le foglie e le bacche di un certo arbusto, si eccitavano in modo particolare. Il pastore, incuriosito dall’accaduto, volle assaggiare i frutti di quella pianta e ne scoprì così il potere rinvigorente e stimolante. Kaldi raccolse alcune bacche e le portò in un vicino convento. Ma i monaci non mostrarono nessuna gioia nell’apprendere la cosa, anzi si spaventarono pensando che quelle bacche fossero il frutto del demonio e le gettarono nel fuoco. E a questo punto avvenne il miracolo: dalle fiamme si sprigionò un aroma così soave da far cambiare idea ai monaci che decisero, quindi, di salvare la pianta dalla precipitosa fine che poco prima avevano deciso di farle fare. Ben presto furono proprio i frati a inventarsi un modo per preparare la bevanda, e così da frutto demoniaco si trasformò magicamente in dono di Dio, aiutandoli a superare le interminabili veglie di preghiera. Il caffè si diffuse nell’Islam come valido sostituto delle bevande alcoliche che il Corano vietava e vide come “testimonial” d’eccezione proprio il Sommo Profeta Maometto il quale, sul punto di cadere addormentato durante la preghiera, venne soccorso dall’Arcangelo Gabriele che gli portò dal cielo un poco di caffè. Dopo averne bevuto pochi sorsi, pare che Maometto acquistasse una forza tale da riuscire a “disarcionare quaranta cavalieri e rendere felici quaranta donne”. Le leggende ne parlano come se già si trattasse di una bevanda ma, in realtà, prima di diventarlo il caffè veniva consumato mangiando le bacche intere o, addirittura, in panetti preparati con un macinato di semi impastato con grasso animale. Furono gli arabi i primi a fare un infuso caldo con i chicchi ricavati dalle bacche, utilizzandoli dapprima ancora verdi e poi imparando a tostarli e a macinarli: non a caso il caffè prende il suo nome proprio dal sostantivo arabo “quahwa”, parola utilizzata per indicare ogni bevanda a base di vegetali. Anche la storia che narra lo “sbarco” del caffè nel mondo occidentale ha due versioni decisamente contrastanti. Secondo alcuni, furono i turchi che, in seguito alla sconfitta subita nel 1683 alle porte di Vienna, fuggirono abbandonando le loro provviste fra le quali cinquecento sacchi contenenti i preziosi chicchi. La seconda vede, invece, protagonisti i mercanti veneziani che, a partire dal 1615, importarono il caffè in Europa per venderlo, dapprima, in molte farmacie come “medicinale miracoloso” e poi come bevanda da sorseggiare con gli amici. Infatti, attorno al 1624 furono i veneziani a imparare l’arte della tostatura, poi affinatasi nelle “Botteghe delle Acque e dei Ghiacci”, dove tradizionalmente si servivano bibite a base di acqua e ghiaccio, ma che intorno al 1645, non a caso cominciarono a chiamarsi “Botteghe del Caffè”. Il consumo della bevanda si estese ben presto a tutta l’Europa: la città lagunare divenne la fonte di approvvigionamento della materia prima per i paesi limitrofi. I tedeschi e gli olandesi ne furono i più appassionati fruitori. In Austria il caffè fu commercializzato dal polacco Kolshitzky al quale vennero assegnati i cinquecento sacchi abbandonati, nella loro fuga precipitosa, dai turchi dopo la sconfitta subita dagli Asburgo alle porte di Vienna. L’industriale polacco avviò una florida attività e fu proprio lui ad adattare l’amara e un po’ fangosa bevanda al gusto europeo attraverso un trucco semplice, ma geniale: aggiungere del miele per attenuare il forte gusto amaro e filtrare il caffè eliminando così la sgradevole sensazione della polvere in bocca. La bevanda si diffuse in tutto l’Islam entrando dapprima nelle “qahveh khaneh”, ovvero in quelle che sarebbero diventate le attuali caffetterie, e poco dopo nelle case dove ne fu consentito il consumo anche alle donne.